*scroll down for English version
Il reimpiego, la riflessione e la trasformazione di oggetti apparentemente marginali sono il punto di partenza della ricerca di Gianluca Brando. Attraverso la sua pratica scultorea, elementi naturali, strumenti industriali, reperti archeologici o feticci del quotidiano vengono rielaborati e fusi insieme per dare vita a ecosistemi autonomi, che sembrano provenire da civiltà lontane, forse immaginate.
Il suo lavoro affronta le inquietudini e le speranze del nostro tempo, coinvolgendo il pubblico in un immaginario poetico capace di sondare le contraddizioni del presente.
Conchiglie e chiocciole, tegole e mattoni: sono questi gli elementi ricorrenti nelle sue sculture, metafore e simboli di un abitare al tempo stesso intimo e universale. Brando li esplora attraverso materiali che raccontano la doppia natura dell’esistenza: permanenza e fragilità. Ceramica, sabbia, elementi che si sgretolano e insieme resistono, diventano strumenti per evocare un tempo sospeso, che potrebbe appartenere tanto al passato quanto a un futuro ipotetico. Come in una immaginaria tempesta, microfusioni bronzee cristallizzano l’impermanenza di un lampo, innestato per sempre a una quieta lumaca.
Un elemento chiave nella sua pratica è la conchiglia, spesso fusa o ibridata con la tegola: due simboli provenienti da mondi apparentemente distanti – quello animale e quello umano – che nelle sue opere trovano un punto di contatto.
La conchiglia (o la chiocciola) rappresenta, per l’artista, un ideale irraggiungibile: l’unità perfetta tra essere e abitare, che nei molluschi e nei gasteropodi si realizza in modo istintivo e necessario, mentre per l’essere umano resta frammentata, sempre in tensione.
La tegola, invece, è il modulo essenziale dell’abitare umano: semplice, ripetitivo, minimale, carico di storia. È la particella base del tetto, emblema di protezione e radicamento. Nelle opere di Brando, essa si trasforma in materia concettuale, capace di dialogare con il mondo naturale, con il passato remoto e con un presente segnato da abbandoni e trasformazioni.
Gianluca Brando costruisce così un vocabolario visivo fatto di continuità tra mondi diversi, in cui ogni elemento diventa soglia: tra interno ed esterno, tra presente e arcaico. Le sue opere non vogliono spiegare, ma far risuonare un’idea di abitare che è anche un modo di sentire, di custodire e di restare – anche quando tutto intorno sembra allontanarsi.
The reuse, reflection, and transformation of seemingly marginal objects are
the starting points of Gianluca Brando’s research. Through his sculptural
practice, natural elements, industrial tools, archaeological finds, and
everyday fetishes are reworked and fused together to create autonomous
ecosystems that seem to belong to distant, perhaps imagined, civilizations.
His work engages with the anxieties and hopes of our time, drawing the audience
into a poetic imaginary capable of probing the contradictions of the present.
Shells and snails, tiles and bricks: these are the recurring elements in his
sculptures, metaphors and symbols of a form of dwelling that is at once
intimate and universal. Brando explores them through materials that express the
dual nature of existence: permanence and fragility. Ceramics, sand, and
elements that crumble yet endure become tools to evoke a suspended time, one
that could belong as much to the past as to a hypothetical future. Like an
imagined storm, small bronze castings crystallize the impermanence of a flash,
forever grafted to a quiet snail.
A key element in his practice is the shell, often fused or hybridized with the
tile: two symbols from apparently distant worlds—the animal and the human—that
in his work find a point of contact. For the artist, the shell (or snail)
represents an unattainable ideal: the perfect unity of being and dwelling,
which in mollusks and gastropods occurs instinctively and necessarily, while
for humans it remains fragmented, always in tension.
The tile, by contrast, is the essential module of human dwelling: simple,
repetitive, minimal, yet laden with history. It is the basic unit of the roof,
an emblem of protection and rootedness. In Brando’s work, it is transformed
into conceptual matter capable of dialoguing with the natural world, with the
distant past, and with a present marked by abandonment and transformation.