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Il lavoro di Gianluca Brando è una costante ricomposizione impossibile di frammenti di realtà. 
In ogni opera viene ricreata una oscillazione tra oggetti arcaici, materiali industriali e suggestioni esotiche che spinge lo spettatore a muoversi fra due opposti: da un lato una estrema e disordinata pulsione creativa di moltiplicazione, dall’altro una trascendente tensione all’unificazione di ciò che si osserva.
Strumenti iconografici frutto della produttività dell’uomo (immagini sacre, utensili industriali, capitelli greci) vengono ricomposti fino a diventare immagini astratte, facendo si che la tensione che si crea tra storia archeologica e figurativismo astratto possa dar vita ad uno spazio che risulti quasi inaccessibile per lo spettatore.
Il quale da un lato tenta di riconoscersi in ciò che vede, mentre dall’altro prova ad immaginare, attraverso simulacri, di cosa sia fatta la realtà sottesa alle sculture in mostra.
(Marco Bassan)


Gianluca Brando’s work is a constant impossible recomposition of fragments of reality.
In each work an oscillation between archaic objects, industrial materials and exotic suggestions is recreated that pushes the viewer to move between two opposites: on the one hand an extreme and disordered creative impulse for multiplication, on the other a transcendent tension towards the unification of what is observed.
Iconographic tools that are product of human productivity (sacred images, industrial tools, Greek capitals) are reassembled to become abstract images, making sure that the tension that is created between archeological history and abstract figurativism can give life to a space that appears inaccessible for the viewer.
On the one side he tries to recognise in what he sees, while on the other he tries to imagine, through simulacra, what the reality underlying the sculptures on display is made of.
(Marco Bassan)